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Salvatore Currò

Docente di Pastorale giovanile, ha avuto la possibilità di partecipare come esperto al Sinodo sui giovani. C’è un bisogno di un pensiero “nuovo”, per guardare al futuro con coraggio e fiducia

Sono nato a pochi metri dal mare, ad Acquedolci, un paese della costa tirrenica in provincia di Messina. Fino a 19 anni ho vissuto in Sicilia, in un contesto familiare, sociale ed ecclesiale, sano, semplice, ricco di umanità e di fede. Questa mia esperienza, che avverto come un grande dono, mi ha fatto sempre pensare che i valori e la stessa fede si accolgono perché prima di tutto si respirano. Come per un contagio virtuoso.

Mi sono sentito chiamato, alla fine delle scuole superiori, a dedicare la vita per i giovani in un percorso di consacrazione. Ha influito molto, in questa scelta, la comunità dei Giuseppini del Murialdo (che ora è la mia Congregazione). La mia Congregazione è molto vicina alla Congregazione salesiana. Noi ci definiamo “cugini dei salesiani”, giacché S. Leonardo Murialdo (il fondatore della mia Congregazione) e S. Giovanni Bosco hanno lavorato insieme a Torino, come fratelli. Entrambi hanno vissuto a servizio dei giovani, in particolare i più poveri, nonostante le circostanze della vita li abbiano portati in ambiti apostolici diversi.

Anche per questa “sintonia” coi salesiani, sono stato molto contento quando i superiori della mia Congregazione mi hanno proposto di fare un percorso di specializzazione in pastorale giovanile e catechetica all’Università Pontificia Salesiana. I tre anni della licenza (1987-1990) nel Dipartimento di Pastorale giovanile e catechetica sono stati molto ricchi. Ho ricevuto tanto da professori che hanno segnato la storia dell’Università e anche il mio percorso intellettuale.

Ho cercato sempre di integrare il servizio della docenza con un’esperienza di pastorale giovanile. L’ho fatto per diversi anni, vivendo belle esperienze soprattutto in oratorio e in parrocchia, e impegnandomi molto nella formazione degli educatori.

Negli anni più recenti ho preso una direzione di ricerca. Avverto che le sfide attuali per la pastorale sono radicali e che i paradigmi già collaudati non reggono più. Questo tempo di pandemia lo evidenzia con particolare intensità. Sento che c’è bisogno di un pensiero “nuovo” sulla pastorale giovanile, sulla pastorale in genere, sul senso stesso dell’essere credenti e dell’essere Chiesa nell’oggi; un pensiero che raccolga la tradizione migliore ma che osi aprire strade nuove.

In questo senso, mi sono sentito molto stimolato dal Sinodo sui giovani (3-28 ottobre 2018), a cui ho avuto la possibilità di partecipare in qualità di esperto. È stato un grande dono poter condividere, per quasi un mese, un clima di universalità, in contatto con vescovi e giovani provenienti da tutto il mondo e con lo stesso Papa Francesco; ho colto i problemi della Chiesa di oggi ma anche il desiderio di un autentico rinnovamento. La questione della “conversione pastorale” è fondamentale ed è necessario coglierne il senso.

Sento il nostro lavoro di pastorale giovanile all’UPS come un servizio fondamentale alla Chiesa e ai giovani di oggi. Misurarmi con le nuove sfide mi appassiona e sento che va fatto insieme, nella corresponsabilità, con spirito di discernimento comunitario, in un autentico confronto. Cerco di condurre i miei studenti a questo confronto, invitandoli a sentirsi profondamente radicati nella fede e nella migliore tradizione e, proprio per questo, a essere coraggiosi e fiduciosi nel futuro dell’umanità e della Chiesa.

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