Vita dell'UPS

Violenza sulle donne e cultura del rispetto, una sfida educativa condivisa

Testimonianza, analisi e responsabilità educativa al centro dell’incontro della Comunità Accademica, per promuovere una cultura del rispetto e prevenire la violenza di genere
  23 marzo 2026

Un’aula silenziosa, attenta, attraversata da emozione e riflessione. È questo il clima che ha accompagnato l’incontro della Comunità Accademica sul tema “Violenza sulle donne e cultura del rispetto: una sfida educativa”, nato da una richiesta diretta degli studenti.

Ad aprire i lavori è stato il Rettor Magnifico, Prof. Don Andrea Bozzolo, che ha richiamato la responsabilità del mondo educativo di fronte a un fenomeno tanto diffuso quanto complesso. Non basta condannare la violenza, ha sottolineato: è necessario comprenderla, riconoscerla e prevenirla.

Ma è stata soprattutto la testimonianza di Filomena Di Gennaro a segnare il momento più intenso dell’incontro. Sopravvissuta a un tentato omicidio da parte dell’ex fidanzato nel 2006, oggi vive su una sedia a rotelle. Il suo racconto non si è limitato alla drammaticità dell’evento, ma ha messo in luce ciò che lo ha preceduto: segnali sottili, spesso invisibili a chi li vive. Controllo, pressione psicologica, gelosia, limitazione della libertà personale: dinamiche che possono essere scambiate per amore, ma che in realtà ne rappresentano la negazione.

«Pensiamo sempre che certe cose accadano agli altri», ha spiegato agli studenti, indicando proprio in questa sottovalutazione uno degli ostacoli principali alla prevenzione.

Il punto più forte della sua riflessione si è concentrato sul tema del possesso. «Mia o di nessun altro», le disse il suo aggressore prima di sparare. Una frase che oggi diventa, nel suo messaggio, un monito da rovesciare: nessuno appartiene a nessuno. Da qui l’invito, rivolto soprattutto ai giovani, a riconoscere i segnali di una relazione malata e a non restare in silenzio.

Accanto alla denuncia, la sua testimonianza ha aperto anche uno spiraglio di speranza: la possibilità di ricostruire la propria vita e di vivere relazioni sane, fondate sul rispetto e sulla reciprocità.

A partire da questo racconto, il Prof. Marco Pacifico ha offerto una lettura psicologica del fenomeno, evidenziando come alla base di molte relazioni violente vi sia una profonda fragilità identitaria. In queste dinamiche, l’altro smette di essere una persona e diventa un oggetto, funzionale a colmare un vuoto interiore.

Relazioni segnate da dipendenza emotiva, controllo e incapacità di accettare l’autonomia dell’altro. Situazioni difficili da riconoscere dall’interno, ha sottolineato Pacifico, e proprio per questo è fondamentale il ruolo di chi sta intorno: amici, familiari, educatori.

Non esistono soluzioni rapide, né scorciatoie: il cambiamento richiede tempo, consapevolezza e percorsi profondi, lontani dalle semplificazioni spesso diffuse nel dibattito pubblico e sui social.

Proprio sul piano educativo si è concentrato l’intervento del prof. Alessandro Ricci, che ha posto l’accento su un vuoto sempre più evidente: la mancanza di una vera educazione affettiva ed emotiva. Oggi, ha osservato, bambini e adolescenti crescono immersi in un ambiente digitale che propone modelli relazionali spesso distorti. Internet, pornografia, social media e contenuti musicali diventano, di fatto, i principali educatori, mentre famiglia e scuola faticano a svolgere questo ruolo.

La tecnologia, ha spiegato, non è il problema in sé, ma cambia profondamente il modo di vivere le relazioni: riduce i tempi di attesa, facilita l’immediatezza degli impulsi e crea distanza emotiva. Una distanza che può abbassare i freni inibitori e rendere più facile il passaggio a comportamenti aggressivi.

Da qui l’urgenza di un nuovo impegno educativo, capace di sviluppare nei giovani competenze fondamentali: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, imparare a gestirle e a comunicarle. Senza questo lavoro, il rischio è una crescente incapacità di stare nella relazione in modo sano.

A chiudere l’incontro è stato nuovamente il Rettor Magnifico Don Andrea Bozzolo, con un richiamo diretto alla responsabilità personale. Il problema, ha osservato, non è la mancanza di principi: su questi, in teoria, tutti sono d’accordo. La vera sfida è trasformarli in comportamento.

Educare non significa solo trasmettere conoscenze, ma accompagnare un percorso interiore, fatto di consapevolezza, di confronto con le proprie fragilità e di maturazione affettiva. In questo orizzonte, l’amore autentico si definisce come riconoscimento dell’unicità dell’altro e come capacità di sostenerne la crescita, superando ogni logica di possesso.

L’incontro si è concluso tra domande e riflessioni, lasciando negli studenti emozioni e la consapevolezza che la violenza di genere non è un tema distante, ma una realtà che riguarda tutti. E la prevenzione passa, prima di tutto, dall’educazione.

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18.03.2026 - Violenza sulle donne e cultura del rispetto: una sfida educativa