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Vita universitaria

Comunità educante: un’alleanza tra giovani, famiglie e istituzioni

Intervista al prof. Marco Rossi-Doria, Presidente dell’Impresa sociale "Con I Bambini"
  29 giugno 2021

I numeri dell’abbandono scolastico sono in crescita. Che ruolo ha avuto la pandemia nell’amplificazione delle disuguaglianze?

Prima della pandemia i segnali erano già inquietanti e mostravano un au- mento del fallimento formativo. La pandemia, però, ha sicuramente aggravato alcune grandi criticità educative dell’Italia: povertà minorile, soprattutto nel Mezzogiorno, nelle periferie urbane e in aree interne e dispersione scolastica e fallimento formativo. Le evidenze empiriche che ci giungono dalle scuole ci presentano difficoltà sempre maggiori per bambini con disabilità, migranti di prima generazione che vivono quartieri e territori poveri, gravate dall’incertezza del lavoro dei genitori. Altri indizi provengono dal Terzo Settore e dalle prefetture che, per la prima volta, hanno iniziato a segnalare minori soli in giro per le strade delle città. Queste situazioni sono peggiorate con la pandemia, ma sappiamo che prima del Covid avevamo già 1 milione e 200mila bambini in condizioni di povertà assoluta (i numeri sono triplicati in 10 anni), ora sono oltre 2 milioni in povertà relativa.

Chi si dovrebbe occupare del contrasto alle povertà? Quali strumenti mettere in atto per arginare questi fenomeni?

Ritengo che il contrasto della povertà educativa minorile sia un tema che deve interessare tutta la comunità educante: famiglia, scuola, istituzioni nazionali, regionali e locali e organismi internazionali. Per fare questo c’è bisogno di un patto sempre più strutturato tra istituzioni locali, il mondo della scuola e il terzo settore, ovunque. Nel corso degli anni il dibattito e la consapevolezza attorno a questi problemi è aumentata, è cresciuta anche una certa sensibilità sociale e la percezione dei cittadini rispetto all’importanza di una comunità educante. L’Impresa sociale Con I Bambini, grazie al Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, in pochi anni è riuscita a dare sostegno a circa 500mila bambini e relative famiglie e ha sostenuto l’azione di 6600 organizzazioni che stanno operando con approcci innovativi, integrati tra pubblico e privato. Una risposta concreta a un fenomeno sempre crescente che deve consolidarsi e mettere al centro i ragazzi e le loro famiglie con risorse e finanziamenti mirati – europei e italiani – indirizzati alle comunità educanti.

Papa Francesco ha lanciato il “patto educativo”. Come si potrebbe declinare in impegni concreti a livello internazionale e locale?

A livello internazionale si traducono nel rispetto per la generazione che viene dopo, in una prospettiva di riequilibrare la salute del nostro Pianeta, puntando su economia circolare ed ecosostenibile, lasciando un mondo migliore di come lo abbiamo ereditato. Dobbiamo lavorare per la tutela dell’ecosistema e della biosfera. Questa inversione ha bisogno di un “patto educativo” appunto, legando l’educazione all’ecologia e alla salvaguardia del Creato, alla sostenibilità e alle uguaglianze. In ambito locale, questo patto ha bisogno di cooperazione a livello politico: richiede un riconoscimento reciproco tra chi opera a scuola e chi fuori in ogni territorio in cui si agisce, insieme, impiegando in modo ottimale le risorse a disposizione, evitando eccessi burocratici, facilitando i processi per il bene delle nuove generazioni, perché l’interesse prioritario da perseguire è lo sviluppo e la crescita dei ragazzi.

Prima si riusciva a superare la condizione di “ereditarietà” che la povertà (e la povertà educativa) portava con sé, grazie al cosiddetto  “ascensore  sociale”. Ora sembra più difficile. Cos’è cambiato?

I dati ci dicono che rispetto ad altri Paesi stiamo assistendo a un blocco della mobilità sociale. Negli anni ‘70 la scuola aveva un grande ruolo in termini di mobilità sociale, una potenzialità della società italiana che ha conosciuto, per ragioni complesse, un progressivo rallentamento purtroppo. La pandemia ha aggravato la situazione ma è una crisi sorta molto tempo prima. Però, come tutte le crisi, è un’occasione per riprendere con più determinazione un ritorno a un sistema capace di favorire maggiore eguaglianza sociale, attraverso comunità educanti in grado di contribuire a realizzare le scelte di vita dei giovani che partono in svantaggio.

Lei ha avuto una formazione anche salesiana. Oggi quel modello educativo è ancora di ispirazione  per  realizzare una società che sia “comunità educante”?

Il modello salesiano è dinamico in quanto è capace di apprendere, trasformarsi continuamente perché cambia con i ragazzi, in relazione costante con le famiglie e le società. In realtà, ha sempre messo al centro la “comunità educante” guardando alle persone, mai come destinatari di dispositivi educativi, ma come protagonisti delle proprie scelte e della propria vita, in una prospettiva di formazione integrale.